Presentazione del mio racconto
Per alcuni anni un’associazione spoletina ha bandito un concorso letterario dedicato ai racconti di provincia, nel senso di rappresentare la vita provinciale, il clima delle cittadine sonnacchiose dove apparentemente succede poco (ma non è vero!), dove tutti sanno tutto dei vicini. Un tema a mio avviso estremamente stimolante che mi rimanda a Piero Chiara, Tommaso Landolfi, ma anche a Fellini. Per ragioni incomprensibili da quest’anno il bando Spoleto calling (così si chiama) ha virato su temi più generici confondendosi con centinaia di altri concorsi letterari con poca personalità, ma nei tre anni precedenti (2013, ’14 e ’15) ho sempre partecipato arrivando fra i cinque finalisti.
È in questo contesto che ho scritto e poi pubblicato racconti che ho già presentato ai lettori di Substack: Il campo dei nudisti nel 2013,
Al bar Turi nel 2014 (in una sotto-sezione crime),
e infine Il funerale, che vi presento oggi, nel 2015.
Devo dire che - io provincialissimo - associo molto la vita provinciale a una certa voglia di trasgressione che credo faccia molto anni ’80; anche i due racconti precedenti non sono esenti da quella certa morbosità che tanto scuote gli animi nelle cittadine italiane ma, probabilmente, questo Funerale raggiunge il culmine della pruriginosità. Vi avverto quindi che il tema potrebbe essere giudicato sensibile e che c’è un certo uso (moderato) di linguaggio esplicito. Ma è anche tanto divertente o, almeno spero, vi dovreste divertire a leggere quanto io mi sono divertito a scriverlo.
Il racconto (tutta la prima parte)
Prima che leggiate: il racconto completo è solo sul mio blog Kafka, qui ve ne riporto un po’ più di metà.
Il funerale
Grazie dei fiori. Grazie, grazie! Lo percepisci il sarcasmo, spero. Un cuscino di rose rosse, a un funerale. Al mio funerale! Solo tu potevi. E con un’unica scritta, Addio; solo i pochi che ti conoscono, come me, possono apprezzarne la cattiveria, l’insolenza. Qualcuno ha storto il naso; ha alzato un sopracciglio per questo troppo vistoso omaggio floreale in un’occasione per sua natura dolorosa, mesta, schiva. Mia moglie Adele no. Lei ha gettato un’occhiata distratta e non ha detto nulla; poveretta. La comprendo, chiusa nel suo dolore, vuoi che stia a pensare a queste sciocchezze? Che poi non può capirne i sottintesi, grazie al Cielo.
Ma tu, invece, riconoscibilissima. Come sempre; uno stile, un modo per distinguersi, tu sei fatta così, l’eccentrica di Cantone; da tutti ammirata e da tutte chiacchierata; da tutti desiderata e solo da me avuta. Scommetto che erano le rose del tuo giardino, Le più belle della Romagna, ti vantavi. Ti immagino, Beatrice, nel tuo distorto ricordo di me, reciderle, comporle intrecciando i gambi… Scommetto che hai ricamato tu la scritta, sei sempre stata brava in quelle cose.
La stanza della commemorazione si sta riempiendo. Gli amici, qualche parente… Qui a Cantone i funerali sembrano la continuazione delle chiacchiere fatte al bar. La stessa gente, gli stessi giri di amici, la ripresa di discorsi interrotti, giusto proseguiti a più bassa voce. Ecco Gino, amico e grande complice, l’unico che sa veramente come stanno le cose; pardon: come sono state, come sono andate. Devo abituarmi a usare il passato prossimo, e fra un po’ il remoto. Qui in questa bara, freddo e rigido come un baccalà, l’indicativo presente ormai mi serve a poco.
Io e Gino, che coppia! E l’Arturo, per la verità. Anche Arturo sa tutto, ma lui è arrivato dopo. Quante confidenze fra noi! Ma solo in privato, eh? lontano da orecchie indiscrete perché, amici o non amici, sappiamo bene come vanno le cose qui. Mezza parola in più, e dentro un’onda incontenibile di aggettivi e avverbi sei sulla bocca di tutti. Qui in Romagna, poi, simpatici quanto volete, ma di chiacchieroni e impiccioni come nei paesini come il nostro è difficile trovarne, diciamolo. Eh sì, è triste Gino. Gli mancherò. Perché la regola numero uno del fedifrago è avere un complice, e quale complice migliore di un altro fedifrago? Per coprirsi le spalle innanzitutto, e poi per raccontare a qualcuno la propria storia amorosa, perché che gusto c’è portarsi a letto una bella ragazza se poi non lo puoi raccontare? Giusto? E insomma quando dovevo trovare un modo per passare un weekend con Beatrice, e tutte le solite scuse con mia moglie erano usurate, con Gino inventavamo qualcosa di plausibile, un torneo di bridge a Bologna (lui è bravissimo, io giochicchiavo solo per potere avere queste occasioni), una gara di pesca a Pesaro (pesca d’acqua dolce, io ho una quota… no: avevo una quota, in un capanno da pesca sul torrente Bevano, vicino a Savio, quindi anche la passione della pesca era una buona scusa). Lui capitava a casa nostra e, proprio mentre c’era Adele, buttava là una frase tipo Ma ci vieni al torneo di bridge, vero? Oppure Ah, senti, fanno una bella gara di pesca, non mi ci manderai da solo, spero. E Adele, che dolce, Ma sì che ci viene, vero caro? Lavori tanto, hai bisogno di qualche svago, vai che son contenta.
E altrettanto io facevo con lui. Ero riuscito a inserirlo fra i fornitori della mia azienda come manutentore elettrico e così, quando Gino voleva stare con qualche sua conquista al riparo dalla moglie, poteva ogni tanto inventarsi un’urgenza per la quale io avrei potuto giurare di essere stato con lui. Poi si aggiunse Arturo che ha una storia, guarda caso, con una mia cugina maritata, che notoriamente è stata a letto con tutti i cantonesi maschi sopra i sedici anni ma, se va bene a lui, io non giudico. E così la coppia di spergiuri e omertosi traditori del letto coniugale divenne un trio. Che spasso ragazzi! Ci coprivamo a vicenda, con un’architettura di balle creative che a volte perdevamo pure noi il filo. Che poi, ve lo dico: il brivido del tradimento è poca cosa rispetto al racconto che ne fai coi tuoi fidi; al bar Turi, in un angolino, parlando a bassa voce davanti a un Negroni, senza tralasciare nessun dettaglio piccante. Bei tempi. All’inizio.
Bei tempi, Beatrice, poi hai voluto rovinare tutto, vero? Stronza maledetta. Ma cosa volevi da me? Eh? Cosa diavolo dovevo fare? Quando ci siamo messi assieme sapevi benissimo che avevo famiglia, figli… E Non sarò certo io a invadere i tuoi spazi, e A me basta stare con te quando puoi, e com’era quell’altra, la migliore? Ah, sì: Io detesto quelle donne che rovinano le famiglie. Ma poi, piano piano, te lo ricorderai, lo ammetterai almeno adesso che posso solo restare in silenzio, freddo e rigido nella bara, chiedevi sempre un pochino di più. Un po’ più di tempo, certo, che mica potevamo scopare per due ore in alberghetti di Ravenna o Forlì e ciao ciao ci rivediamo quando ci rivediamo; dicevi Più tempo di qualità. Mica “più tempo”, no; tempo di qualità. Mai capito cosa volesse dire.
E poi volevi la telefonata della buona notte, e io a fare le carambole con mia moglie fingendo fosse il lavoro. E poi i weekend che non potevi restare da sola, e una volta mi sono inventato una convention aziendale, una volta che c’era un’urgenza in ufficio, ma le scuse sono poche e i weekend troppi e anche con Gino, dai, non potevo avere un torneo di bridge o di pesca tutti i mesi, giusto? Infine i tuoi compleanni. E che, ti lasciavo sola proprio il giorno del tuo compleanno? Sarebbe stato imperdonabile, segno che non ti amavo. Ma porca miseria, l’ultima volta c’era la recita scolastica della piccola, la volta prima si era slogata la caviglia Adele e dovevo badare ai ragazzini, mica era colpa mia! E dai e dai, tu a chiedere sempre un pochino di più, poi a pretendere, a dichiarare il tuo amore senza se e senza ma verso un ingrato come me, e io a fare la corsa a ostacoli fra impegni di lavoro, i bambini… Ma qui in paese, porcaccio di un cane, come dovevo fare? Mica potevo andare con te a braccetto al bar Turi a prendere l’aperitivo! Mia moglie, per fortuna, non ha mai sospettato nulla. Credo. Immagino. Certo, una faticaccia. Le donne hanno un olfatto che potrebbero trovare i tartufi, e io poco mancava che mi lavassi con la varechina, dopo avere fatto l’amore con te, per la paura che Adele, in qualche modo, ti fiutasse, vedesse una macchia di rossetto, scovasse un capello rosso, tuo, in un risvolto della giacca. Ah, i vestiti; tenevo un cambio in ufficio, facevo lavare la roba in lavanderia a Lugo senza dirglielo; a Lugo, capisci? che se la portavo qui a Cantone l’avresti sicuramente saputo. Ma le mogli conoscono i cassetti dei mariti come se fossero i loro; anzi meglio. E quella volta Ma dov’è finito quel golfino blu che ti ho regalato per San Valentino? E un’altra volta Ma dove sono finiti i jeans quelli amaranto che ti stanno tanto bene? E giù altre balle, inventare storie, scuse.
Alla fine, cara Beatrice, la mia relazione con te sai cos’era diventata? Qualche meravigliosa vertigine di emozioni immersa in un oceano di bugie, capriole, scuse, sensi di colpa. Scopate fantastiche, certo, che a far l’amore, devo essere sincero, me l’hai insegnato tu; cosa fare, come attendere, la delicatezza, l’armonia dei corpi, non precipitarsi nel godimento ma propiziarlo, attendere i tempi femminili, che raddoppiano anche i piaceri maschili. Ah, eri brava e da questo punto di vista, devo essere sincero, ti ho amata tantissimo. Ma tolti quei momenti, momenti memorabili di estasi, di follia dei sensi, tolti quei momenti, Beatrice, che sfracellamento di coglioni che eri!
Comunque, adesso che ci penso, con Gino e Arturo non si è mai parlato del lato faticoso del tradimento. I dettagli dei nostri amplessi erano stati sviscerati tutti, e i nostri racconti si ripetevano, a essere onesti, sempre uguali, con sempre meno calore ed eccitazione.
Ma le fatiche collegate a queste doppie vite no, di quelle parlavamo pochissimo e, se capitava, era uno sbaglio e cambiavamo subito discorso. Capito, Beatrice? Le fatiche. Tu nubile, bella, di famiglia benestante, potevi solo chiedere ed eri abituata a ricevere. Ti sei mai chiesto cosa significasse per me questa relazione? Lasciamo stare i sensi di colpa, quelli erano chiaramente questioni mie. Ma tornare a casa dopo un pomeriggio estenuante di sesso con te e dover fare l’amore con la propria moglie, ma ti rendi conto? Fingere il mal di testa “per il troppo lavoro” per non giocare coi bambini, perché proprio non ti reggi più in piedi. Pensare, più o meno nello stesso tempo, che regalo fare a Natale ad Adele e a te, e cercare di pensarli differenti, e andarli a comperare in negozi diversi in tempi diversi. E mangiare con te nel ristorante chic di Forlì, poi correre a casa e trovare la cena che la dolce mogliettina ti ha lasciato perché, pover’uomo, Sarai affamato, ti ho lasciato i cappelletti in brodo nel pentolino, due minuti e sono caldi. Ma sai che, a pensarci adesso, ho vissuto con te, per te, gli anni più faticosi della mia vita?
E tu mi hai mandato un cuscino di rose rosse; forse per le spine. Anzi, certamente per le spine. Tu la rosa rossa della passione, ma tue le spine delle bugie, delle menzogne alla cara Adele che non le meritava, no, e il tempo che le ho sottratto, a lei e ai bambini, porca miseria, sempre a cavallo fra desiderio di te e senso di colpa, voglia di te e vergogna per il castello di falsità. Per fortuna che Adele non ha capito nulla. Credo. Almeno, non mi pare, e se anche ha sospettato qualcosa non me l’ha mai fatto capire. Povera donna. Povera donna. E anche verso gli amici, i colleghi, i paesani. Io quello furbo, quello che andava a letto con la più bella e desiderata del paese; come dice la filastrocca, Se vuoi vedere la romagnola bella devi andare a Cantone e Brisighella… Beh, gente, la bella cantonese era mia, veniva a letto con me, carambolando fra la segretezza che cercavo di mantenere e la complicità omertosa di Gino, che mi faceva l’occhietto ogni volta che casualmente ti incrociavamo, e Arturo che faceva stupide allusioni in pubblico, che avrei dovuto capire solo io, secondo lui, ma alla lunga, mi sa tanto, le capivano tutti, e mi imbarazzavo. Una faticata, Beatrice. Una faticata. Ma chi me l’ha fatto fare? Mi sentivo il re dei mandrilli e sono finito in una gabbia di doppiezze che non riuscivo più a sopportare. Ma poteva valerne la pena, sai? Poteva valerne la pena se solo tu, se solo tu…
Continuate a leggere sul mio blog Kafka SrL
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Letto tutto. Davvero bello.
Noto, tra le righe, un po' di sollievo del defunto: in fondo ha avuto una fine rapida e, tutto sommato, indolore. Poteva finire molto peggio, ma molto peggio.
Ops, mi è quasi scappato lo spoiler...