Presentazione del mio racconto
Per 4 o 5 anni a Spoleto si è tenuto un concorso letterario avente come tema la vita di provincia. Per ragioni che non so, quest’anno hanno abolito quel tema e il concorso è diventato generico e grigio come mille altri; credo che abbiano preso una bella cantonata, ma fino all’anno scorso era ancora così.
Ora dovere sapere che io sono nato nella profonda provincia romagnola un sacco di anni fa e ricordo molto bene quel clima, quei comportamenti, quei linguaggi. Ho partecipato per tre anni consecutivi al concorso spoletino arrivando sempre fra i finalisti perché, in qualche modo, parlavo di me e della mia infanzia. E così nel 2024 presentai questo racconto dal titolo Al bar Turi.
L’idea di base è costruita attorno a una storia poliziesca: il noto playboy cittadino viene trovato morto, ucciso, e il Maresciallo del paese indaga per capire chi sia il colpevole.
Ma io non scrivo racconti polizieschi, come ho già spiegato, e quella struttura (il delitto, l’indagine, gli indizi…) è il tessuto su cui ricamare una storia che abbia davvero a che fare con la cultura della provincia: il pettegolezzo, specie su questo piccanti (sesso, tradimenti…) Questo chiacchiericcio, nel mio racconto, ruota attorno al bar principale del paese che si chiama Turi, dove i perditempo prendono il caffè, l’aperitivo o anche niente ma, specialmente, parlano e giudicano. E se all’inizio i maschi seduti ai tavolini lamentano la morte del famoso sciupafemmine del paese, indiscussa bandiera della loro virilità, man mano che l’indagine avanza quei commenti mutano, e muta con grande naturalezza il parere dei paesani, perché niente è più volatile e cangiante del pettegolezzo.
Il racconto ha quindi una struttura precisa:
il delitto (e quindi l’origine del fatto, della catena di avvenimenti);
al Bar Turi dove si commenta questa inattesa tragedia;
l’inizio dell’indagine;
di nuovo al Bar Turi dove ci si interroga l’un l’altro;
una prima pista di indagine da parte dei Carabinieri;
ancora al Bar Turi dove le notizie trapelate vengono inserite in un nuovo quadro esplicativo.
E così via, alternando le vicende dell’indagine con le chiacchiere del bar; e quando il finale, inatteso, sarà acclarato, i commenti da bar saranno infine molto differenti da quelli fatti all’inizio. Naturalmente è un racconto ironico, anche se credo che si sorrida con una certa amarezza.
Il racconto (tutta la prima parte)
Prima che leggiate: il racconto completo è solo sul mio blog Kafka, qui ve ne riporto un po’ più di metà.
Al bar Turi
La scena del delitto
Il sipario si apre su un appartamento di media grandezza, elegante, al centro di Cantone di Romagna, nel ravennate. Siamo nei primi anni ’80, è primavera avanzata. Riverso sul pavimento, col cranio fracassato, Fulco Tamburini, un trentacinquenne ben noto a Cantone: bel fisico, socievole, scapolo con un’indubitabile fama di sciupafemmine; è senza ombra di dubbio il modello di riferimento della clientela maschile del bar Turi.
Nell’appartamento c’è il via vai di un piccolo gruppo di carabinieri. Oltre al tenente del Comando di Ravenna, arrivato per ispezionare la scena dell’omicidio, ci sono il maresciallo Mammarella e il brigadiere Picariello, entrambi della Stazione di Cantone. Altri carabinieri scattano foto, cercano impronte.
“Senta Mammarella, ho piena fiducia in lei, lo sa…” stava dicendo il tenente. “Purtroppo le devo affidare le indagini, almeno per il momento. Deve capire il casino che ho a Ravenna… Io sono sotto organico e non posso seguire anche questo caso, almeno non al momento. Lei veda di capirci qualcosa e mi relazioni con regolarità, va bene? Poi, se si troverà in difficoltà, vedrò di mandarle qualche aiuto fra due o tre giorni. Ma se risolve da solo è meglio. Mi ha capito?”
E certo, Mammarella aveva capito. Stava a Cantone di Romagna da sei mesi e sperava di passare lì qualche anno tranquillo e sereno; invece no: avevano ammazzato quel giovanotto e il tenente scaricava su di lui le responsabilità. Va bene.
“Tranquillo capitano. Conosco i paesini di provincia, qui si sa tutto di tutti e sono sicuro che anche questa volta il colpevole scapperà fuori presto.”
I due si danno la mano e senza altre formalità il tenente esce.
“Capito Picariello?” Chiede retoricamente il maresciallo al suo brigadiere. “Ci dobbiamo arrangiare. Allora, cos’abbiamo finora?”
“Poco o niente marescià. Una certa confusione, cassetti aperti e roba per aria lascerebbero pensare a una rapina, ma io ci credo poco.”
“E perché?”
“Beh, la porta non è stata forzata…”
“Questo non significa nulla.”
“No, certo, ma a parte un po’ di roba per terra, qualche sedia rovesciata, non ci sono altri segni evidenti di rapina… Vede, per esempio, i quadri appesi al muro? Alcuni sono di valore…”
“Picariello, adesso ti intendi d’arte?”
“No marescià, l’ha detto il tenente, prima che lei arrivasse.”
“Ah!”
“Ma poi, in un cassetto, ho trovato anche un portafogli con la bellezza di centomila lire!”
“Un ladro molto distratto?”
“Non saprei, marescià. Ma fare ‘sto casino e ammazzare un cristiano per nulla, mi pare un’idea poco credibile.”
“Sì, concordo. E della vittima cosa mi dici?”
“Fulco Tamburini. Nessun precedente; ricco di famiglia, genitori morti in un incidente anni fa; varie proprietà qui a Cantone e a Ravenna; pare comunque si occupasse di macchine per ufficio, si chiamano personà compiuter, una cosa così… Noto dongiovanni; la donna delle pulizie, che ha trovato il cadavere, dice che il Tamburini ospitava spesso donne, ma non di Cantone.”
“Non di Cantone? E come mai?”
“Marescià, che vuole che le dica? Forse qui non gli piacevano; o le ragazze non volevano si sparlasse di loro, che in paese si finisce subito sulla bocca di tutti.”
“E ieri sera c’era una qualche ragazza?”
“Non si sa. La donna delle pulizie ha detto che di solito si accorge quando c’è stata qualche ospite; sa… un rossetto dimenticato, capelli lunghi nella doccia… Stavolta no.”
“Ma non è detto…”
“No, marescià, non è detto.”
“Allora: è chiaro che chiunque sia stato qui ieri sera ha ucciso l’uomo. Adesso ti fai un bel giro fra i suoi amici e conoscenti e vedi di capire chi frequentava; le donne, certo, ma anche l’ambiente del lavoro, hai visto mai… Più tardi mi riferisci.”
“Bene marescià. Vado.”
Al bar Turi (1)
Il bar Turi era uno della mezza dozzina presenti a Cantone. C’erano il bar Sport, frequentato da ciclisti e cacciatori, vicino alla Porta Maggiore, a nord della cittadina; il bar Liberazione, gestito dalla locale sezione ANPI, frequentato da anziani; nell’ultima cerchia di case del paese, presso la statale che andava a Ravenna, c’era il Roxy Bar, rifugio per giovani rumorosi che spesso provocavano le lagnanze dei bravi cantonesi; il Caffé dei Portici era il locale scichettoso dove andavano a bere la cioccolata in tazza le signore della borghesia cantonese, professoresse, dottoresse, mogli di assessori; poi c’era il Bar Olimpo che, a parte il nome, era un tugurio sporco e buio, in località Celestina, dove stazionavano pochi ubriaconi.
Ma il Turi, ah! Il bar Turi (che poi sarebbe stato Turì, perché il vecchio proprietario si chiamava Attorre, detto Turì, ma negli anni si era perso per strada l’accento), il bar Turi era un ampio locale sotto il loggiato del palazzo comunale, prospiciente la principale Piazza della Libertà. Era “il bar”, quello dove ci si prendeva il caffè dopo pranzo, o il Negroni prima, dove si incontrava chi si doveva incontrare, si chiacchierava di questo e quello, o più spesso di Tizio e Caio. Sacrificati d’inverno all’interno del locale, da metà primavera fino a metà autunno la combriccola del bar sciamava nei tavolini distribuiti in larga parte della piazza; da lì sì che si poteva vedere bene chi andava e veniva, e dove, accompagnato da chi… E baciati dal sole romagnolo, bevendosi un Peroncino, sfogliando distrattamente la Gazzetta dello Sport, lì, solo lì, la cronaca viva della vita paesana si concedeva all’osservazione e al giudizio dei bravi avventori; lì si prendevano le misure delle belle ragazze cantonesi, si pesavano le fortune dei commercianti, si imbastivano interminabili dispute politiche; solo lì. E lì, il povero Fulco Tamburini era una specie di leggenda, gran campione delle fantasie maschili.
Il brigadiere si avvicina ai tavolini, dove non pare vero ai presenti di chiamarlo a gran voce: “Brigadiere, brigadiere… Ma è vero che hanno ammazzato Fulco? Mannaggia, poveretto, ma si sa chi è stato? Ma come l’hanno ammazzato?”
Il brigadiere, sapendo il fatto suo, dice il minimo necessario, confermando quello che già era di dominio pubblico ché la domestica, che aveva trovato il cadavere quella mattina, aveva già ripetuto la versione del suo ritrovamento in almeno venti diverse occasioni, in ciascuna delle quali i particolari morbosi erano via via cresciuti, con grande soddisfazione degli ascoltatori.
Il brigadiere si siede in una posizione strategica, dalla quale poter conversare con buona parte dei presenti, e chiede di raccontargli qualcosa sul Tamburini.
“Madonna, che disgrazia, povero Fulco… Ma sì, lo conoscevamo tutti, ci mancherebbe! Qui siamo in un piccolo paese, è naturale sapere tutto di tutti. Ah! Fulco non passava inosservato… Bello, alto e, se posso dirla chiara, pieno di belle donne, mi capisce? Come no? Era circondato da ragazze bellissime… Arrivava con la sua Giulietta, scendeva con queste femmine che parevano uscite da un film americano, dava pacche sulle spalle a tutti, offriva da bere… E insomma, ci sapeva fare, mi dia retta brigadiere. Erano tutte donne che non si conoscevano ma lui girava molto, capisce? Era sempre in giro per lavoro, boh? queste cose non le so… Comunque, beato lui! Cioè, no… beato lui un cazzo, che l’hanno ammazzato, poveretto…. Ma si sa chi è stato?”
“No, nessuna cantonese, almeno credo. C’era stata l’Elvira, una volta… si diceva che lui le filasse dietro ma poi è tutto finito. Ah, io non lo so il perché. L’Elvira era caruccia, si vede che non voleva dargliela… Ma sì che mi ha capito, brigadiere! L’Elvira era tutta casa e chiesa, adesso è sposata con una marea di figli. Fulco era bravo e gentile ma gli piaceva concludere. Adesso con queste bonazze scopa come gli pare ed è libero… No, voglio dire… era libero. Mannaggia! L’ultima donna? Ma che ne so… Non è che lo vedessi sempre… Un mesetto fa stava con una bionda con due metri di gambe e una quinta di seno. I giorni prima della morte, onestamente, non saprei… Che poi cosa ne so, io, di quello che faceva a Ravenna, a Milano… Era spesso in giro per l’Italia, immagino per lavoro…”
“Guardi brigadiere, l’ho visto proprio ieri sera; Fulco è arrivato con un tipo più anziano, un collega, credo; ridevano, si sono seduti, hanno preso un Bitter mi pare… Me lo ricordo perché ho pensato ‘Ve’ là, per una volta invece di una bella gnocca si è portato un collega di lavoro!’”
“Amici? A parte noi? Beh, certamente Giulio Foschi, vero ragazzi? Hanno fatto le scuole insieme, erano legatissimi. Però, brigadiere, se la posso dire tutta, ci siamo sempre chiesti come andassero d’accordo quei due. Insomma, se posso essere sincero… (sottovoce) Non è che queste cose sono divulgate, vero? Bene… Insomma… Giulio, secondo me, è un busone, capisce? Un finocchio! Oh, mia impressione, eh? Ho sempre pensato che Giulio fosse un finocchio… Per carità, brigadiere, semmai sbaglio io, ma la puzza da finocchio ce l’ha. Invece Fulco era un mandrillo. Beh, i due erano amici da una vita… Lo scopatore e il busone, ah ah! Chissà di cosa parlavano, ah ah ah!”
In cerca di una pista
“Insomma,” stava dicendo a metà pomeriggio il maresciallo al brigadiere, “vorrei capire meglio: queste donne che il Tamburini esibiva a tutti quei bavosi del bar in piazza, chi diavolo sono? Si può sapere? Picariello, me ne trovi una che ci venga a dire qualcosa di più?”
“Non è così facile, marescià! Qui non le conosce nessuno, erano forestiere. A parte quell’Elvira Rosi, con la quale sembra esserci stata una mezza storia, anni fa…”
“E allora, dai! Convoca questa Rosi…”
“Già fatto, marescià! È di là che aspetta.”
“E cosa cazzo aspettavi a dirmelo? E falla passare, no?”
Il brigadiere esce, per rientrare subito dopo con una signora piacente, più o meno sui trent’anni, con modi di fare cortesi e un bel sorriso aperto. Su invito del maresciallo si siede e racconta.
“Ma no, maresciallo, ma chi glie l’ha detto? Io e Fulco ci conoscevamo, sì, e qualche anno fa ci siamo frequentati… Ma niente; io, ecco… capisco che la gente abbia parlato ma… non è successo niente. Come dice? Ma sì, ci conoscevamo di vista, ovviamente, ma poi, non ricordo neppur più come, a un certo punto è sembrato che potesse nascere qualcosa… Lui gentilissimo, certo! Ah, Fulco ci sapeva fare, non capisco come non sia stato accalappiato da qualche bella ragazza, non gli mancava nulla: un fisicaccio, belle maniere, era pure ricco… Ma fra noi non ha funzionato, no… Ci siamo visti qualche volta, mi ha portata a un concerto di Guccini a Ravenna e mi ha dato anche un bacetto sulla fronte… Sulla fronte, maresciallo, come a una sorella! Insomma, dai, ho capito che non ero il suo tipo e ho lasciato perdere, lui ha smesso di cercarmi… poi ho incontrato Antonio, il mio attuale marito, sì… Non posso dire di averlo perso di vista, che qui in paese, alla fine, finisci con incontrare tutti, ma a parte un saluto veloce non c’è stato mai altro. Poveretto, che brutta fine ha fatto.”
Il maresciallo ringrazia, la donna esce. Mammarella guarda fisso il brigadiere per alcuni istanti.
“Mah… Questa con la Rosi praticamente non è mai stata una storia; non ci è servito a nulla. La vittima si cercava le donne fuori da questo ambiente…”
Il maresciallo era pensoso.
“Dai, Picariello, andiamo a sentire questo Giulio Foschi”
“Guardi, maresciallo, sono distrutto. Io e Fulco ci conoscevamo dalle elementari, sempre amici, sempre assieme… Per me era più di un fratello. Le avranno detto che Fulco aveva tante donne, lo so. Lui era così. Più estroverso di me. No, io ho poca vita sociale, non sono molto esuberante. Come? Omosessuale? Ma… Senta maresciallo, in paese sono dei grandi chiacchieroni, sempre a impicciarsi, giudicare, mettere etichette. Lei non può capire che vita d’inferno si può patire in un paese piccolo come Cantone; basta essere un po’ più originali, un po’ fuori dagli schemi e liberi di pensiero, che subito ti mettono un bollo, un marchio! Sugli omosessuali, poi… Sa come si dice qui in Romagna? L’è mej un fiôl leadar che busô… Glie la devo tradurre? Dei precedenti per atti osceni? Senta maresciallo, per due sciocchi errori di gioventù cosa fa, mi mette alla gogna anche lei?”
Al bar Turi (2)
“Com’è ‘sta faccenda? Hanno chiamato l’Elvira in caserma?”
“Eh beh… Era stata la sua morosa, vuoi che non sapesse proprio niente? Non è possibile, dai…”
“Che poi un dongiovanni come Fulco, ma ti pare che non c’abbia dato una botta all’Elvira?”
“Hai ragione. È ancora bella adesso che ha trent’anni, a venti era proprio uno schianto. C’aveva due tette…”
“Ah, se è per quello ce le ha ancora belle sode.”
“Ma quindi l’Elvira è implicata?”
“Mah… Chissà? Certo che in caserma c’è stata…”
“Va beh, che vuol dire? Stanno sentendo un po’ tutti, no? Anche perché brancolano nel buio.”
“Cosa fanno?”
“Brancolano nel buio. Era scritto stamattina sul Carlino.”
“Ve’ là, di nuovo il brigadiere che viene a brancolare qui da noi… Venga brigadiere! Ma è vero che l’Elvira c’entra qualcosa col delitto?”
La casa di Ravenna
Il giorno seguente il brigadiere irrompe nell’ufficio del maresciallo, trafelato.
“Guardi marescià, il Tamburini non vendeva nessuna macchina per ufficio, compiuter e robe simili. Nell’ambiente nessuno lo conosce. E poi a casa sua, ripensandoci, non abbiamo trovato nemmeno un catalogo… Insomma, marescià, questo presunto commercio non esiste, mi pare un paravento… Comunque, questo aveva due case qui a Cantone, quella dove abitava più una seconda in località Pieve; tre case a Ravenna e una a Bologna. Solo con gli affitti poteva vivere alla grande. Ma sa qual è il bello? Che sono tutte affittate tranne una di Ravenna… Sì marescià, è quello che penso io. Le chiamo il tenente? Subito marescià.”
Il maresciallo e il brigadiere arrivano alla casa ravennate della vittima poco dopo il tenente.
“Bene, qui la scena è più interessante di quella di Cantone,” fa il tenente; “non è d’accordo? Questa non è una casa ma un’alcova. Letto a baldacchino, specchi, oggetti, diciamo così, ‘particolari’, stampe erotiche alle pareti. Ho già chiamato la scientifica, vedremo se qualche impronta si ripete qui come a Cantone, ma una cosa comincia a essere chiara: questo Tamburini non la raccontava tutta. Incomincio a pensare che la rapina fosse davvero una messinscena. È d’accordo Mammarella? Bene: la pista passionale mi sembra la più promettente. Informerò io il magistrato, lei cerchi qualcuna di quelle maledette donne; mica possono essere scomparse nel nulla! Chi è stata l’ultima? Cerchi di scoprirlo. Per quanto riguarda le impronte trovate a Cantone, in mezzo alle tante ce n’è un paio interessanti: una di una donna schedata come prostituta, tale Francesca Scaramucci, al momento irreperibile; una seconda, invece, di un certo Gianluigi Ferri, qui di Ravenna, pregiudicato per vari reati contro il buon costume, atti osceni, adescamento di minore, istigazione alla prostituzione e una quantità di altre cose; è schedato come omosessuale, fra l’altro, una cosa non insolita per chi fa il mezzano. Mi sembra una buona pista, no? L’autopsia ha confermato la morte per lo sfondamento del cranio, all’incirca fra le due e le tre di notte; l’assassino ha usato una statuetta di bronzo che era sulla scena del delitto; sopra c’è un pasticcio di impronte ma nessuna chiara, purtroppo…”
Il tenente esce, lasciando il maresciallo e il brigadiere a concludere il sopralluogo. Negli armadi qualche ricambio. Dischi. Nel frigorifero bevande, diverse bottiglie di spumante e birre, poco cibo. Nel portacenere mozziconi di sigaretta.
“Brigadiere!”
“Comandi!”
“Ma il Tamburini fumava?”
“Mah… Non saprei… comunque nella casa di Cantone non ricordo di avere visto sigarette.”
“Già… Invece qui qualcuno ha fumato… direi che sono sigarette al mentolo. Ricordati di appurare se la vittima fumava questa porcheria.”
“Sì marescià.”
“Già che siamo a Ravenna,” conclude Mammarella, “andiamo a trovare questo Ferri.”
“Sì marescià.”
L’agenzia Business resources era un buchetto, senza segretaria, nella zona nord della città. Gianluigi Ferri, uomo sulla quarantina, pingue, una parlata cantilenante, stava sulla difensiva.
“Signor maresciallo! Ma io non le permetto! La mia è un’agenzia di servizi manageriali, regolarmente registrata! Abbiamo traduttrici, contabili e anche addette al ricevimento, che adesso si chiamano hostess, all’inglese! Nessun favoreggiamento della prostituzione ma che, scherziamo? Se sapessi che una delle mie ragazze ha offerto prestazioni sessuali a un cliente la licenzierei subito! Il Tamburini? Sì, lo conoscevo, poveretto… Ho letto che è morto… Beh, sa, lui col suo lavoro… aveva a che fare con ambienti di un certo livello e a volte aveva bisogno di belle ragazze per le fiere, le esposizioni; se poi lui le invitava a cena e semmai se le portava a letto, guardi, sono proprio affari loro. Ma niente prostituzione, sia chiaro! Noi siamo un’agenzia seria!”
Al bar Turi (3)
“Sentita l’ultima? Hanno perquisito una casa di Fulco a Ravenna…”
“Ah sì?”
“Ho sentito dire che hanno trovato della droga.”
“Ma dai!”
“Ma è naturale, no? Con la vita che faceva doveva pur tenersi su…”
“Più che altro, doveva tenerlo su… Ah ah ah!”
“Ma c’è di più! Mi ha detto Luciano, quello che vende le piadine fuori porta, che suo cugino Davide, che divide la quota del padellone con un appuntato di Ravenna…”
“Falla corta, che arriva notte. Qual’è la notizia?”
“La casa di Ravenna era in realtà un postribolo. Hanno trovato foto giganti di donne nude e tre o quattro stanze attrezzate con tutto quel che serve per scopare…”
“Perché, scusa… Cosa serve per scopare?”
“Ma mi volete dire che il Tamburini faceva il magnaccia? Ecco perché aveva tutti quei soldi! Hai capito, tu…”
La donna di Forlì
Il giorno seguente il maresciallo telefona a Lucia Calzolari, la donna delle pulizie della vittima.
“No, maresciallo, non mi disturba affatto, ma credo di non avere molto altro da dirle… Se Fulco fumava? No no. Sicurissima. Guardi, so per certo che al povero Fulco il fumo dava abbastanza fastidio, non credo che fosse contento che qualcuno fumasse in casa sua. Le donne? No, credo che anche le sue donne non fumassero, me ne sarei accorta. Di nulla maresciallo, chiami quando vuole.”
“Brigadiere!”
“Comandi!”
“Se troviamo chi fuma sigarette al mentolo, potrei sbagliare, ma saremo un bel passo avanti.”
“Concordo marescià.”
“Brigadiere!”
“Comandi!”
“Ma se io ti chiamassi brigadiè?”
“Andrebbe benissimo, marescià.”
“T’ puozzen cogl’ i deleur colgh’.”
“Come dice marescià?”
“Niente, niente, torna al lavoro…”
Il maresciallo cercava di ricapitolare fra sé e sé i fatti: non era stata una rapina, ma l’assassino aveva maldestramente cercato di farla apparire tale; il Tamburini era pieno di donne e le esibiva agli amici cantonesi, ma l’alcova l’aveva a Ravenna… E quel Ferri così sfuggente e ambiguo, che ruolo aveva?
Mentre così pensava, il brigadiere aprì la porta e infilò la testa.
“Marescià!”
“Dimmi”
“C’è al telefono una donna, una di Forlì. Dice di avere frequentato il Tamburini e che potrebbe avere cose importanti da dichiarare. Che faccio, glie la passo?”
“E che fai, Picariello? Me la passi? E certo che me la passi!”
“Subito, marescià!”
Mammarella alza il ricevitore.
“Pronto?”
“Sì… pronto…”
“Sono il maresciallo Mammarella. Voleva parlarmi?”
“Signor maresciallo, vorrei ribadire innanzitutto che mi sono fatta avanti io. No, scusi, io… Voglio collaborare, ma lei capisce che mi espongo, mi comprometto…”
“Signora… o devo dire signorina?”
“Signora… Veramente sono vedova, per la precisione.”
“Allora, signora, ascolti bene: io non so cosa deve dirmi ma, lei capisce, qui c’è stato un omicidio. Se le cose che deve dirmi sono di modesta importanza, io certamente potrò essere discreto, ma se lei è stata testimone di qualcosa di grave…”
“No, no…” interruppe la donna, “non sono testimone di nulla ma, sa… sul Carlino si parlava di questo omicidio e delle tante donne che avrebbe avuto Tamburini…”
“E quindi?”
“Ecco… io sono una di loro…”
“Ah!”
“Però l’ho conosciuto mesi fa, giuro! Io l’altra sera non ero con lui, e quindi non posso dire niente in merito alla morte.”
Mentre la donna affrontava la sua ansia nel dover parlare di queste cose, il maresciallo cercò di tranquillizzarla e farla parlare.
“Vede maresciallo, io… ecco… ero stata pagata. Non sono una prostituta, vorrei che fosse chiaro! Ho un bimbo di tre anni, adesso è all’asilo… La vita è difficile, mio marito è morto che ero incinta di sei mesi… Ho dovuto fare tutto da sola, non è stato facile. E… niente… ogni tanto faccio l’accompagnatrice, sempre uomini facoltosi, che si vogliono far vedere con belle donne. Gente importante che… insomma… Qualche volta vogliono anche scopare, è vero, ma io non sono una puttana. E comunque Tamburini voleva solo stare in giro, farsi vedere con me… Mi esibiva, capite? A Cantone mi ha presentato tutti i suoi amici, ha offerto da bere a tutti. Quegli uomini mi spogliavano con gli occhi, si vedeva che lo invidiavano. Poi a casa sua, sì, ma senza fare niente. No, niente! A me mi ha fatto dormire sul letto e lui si è accomodato sul divano. E la mattina dopo mi ha riportata a Forlì. Capisce che mi ha dato centomila lire per una serata così? Come? No, io non fumo. Le altre donne? Beh, dovreste chiedere all’agenzia.”
“E quest’agenzia, per caso, è la Business resources?”
“Sì maresciallo.”
“Mmh… Un’ultima cosa, signora: che lei sappia, anche altre ragazze sono state pagate dal Tamburini solo per farsi un giro a Cantone, senza richiesta di prestazioni sessuali?”
“Guardi, io ne conosco solo due o tre, ma ho sentito solo parlare bene dell’uomo… Pulito, gentile, pagava bene… e sì, credo che non andasse a letto con nessuna.”
“Bene, la ringrazio. Lei ha fatto la cosa giusta. Guardi, se il suo ruolo è stato solo questo, stia tranquilla; il suo nome non comparirà.”
Il maresciallo posa il telefono. Incominciava tutto a essere più chiaro. Ma certo! Più ci pensava, più tutto aveva un senso.
Al bar Turi (4)
“Come come come? Erano prostitute?”
“Così pare! Me l’ha detto la Cesira, che ha una cugina all’ufficio passaporti di Ravenna; questa cugina è sposata con un tale…”
“Ooh, falla corta! Quindi Tamburini aveva queste donne ma erano tutte mignotte?”
“Boh… Non so se erano tutte mignotte ma qualcuna certamente sì.”
“Ah, va beh… son buono anch’io, allora…”
“Guarda, da te nemmeno una mignotta si fa scopare! Ah ah ah!”
“Questo spiega perché aveva quel puttanaio a Ravenna.”
“Ma dove le trovava? Erano delle fighe strepitose!”
“Ecco che il nostro Beppe è interessato alla mercanzia…”
“Ma no… È che non sembravano prostitute, ecco…”
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Testi già pubblicati nella sezione Il labirinto (solo racconti di Claudio Bezzi):
Luminosi i mattini erano un tempo, 22 dicembre 2025;
Genesi 3.5, 4 gennaio 2026;
Il campo dei nudisti, 14 gennaio 2026;
L’ora blu, 28 gennaio 2026;
Le bugie hanno le gambe corte, 7 febbraio 2026;
Avviso ai gentili clienti, 20 febbraio 2026;
Il francese, 23 febbraio 2026;
Il bunker, 5 marzo 2026.


