“Il problema non è morire, ma come si vive,” mi disse verso la fine il francese, con quella r uvulare che lo etichettava come transalpino dopo le prime due parole. Non che parlasse molto, in realtà, ma quando passava davanti al Circolo, se lo chiamavi, se lo invitavi a farsi una birretta con te, non si tirava indietro, ti ringraziava accompagnando le parole con un lieve cenno della testa, sorbiva la sua birra e si lasciava andare a ricordi, brevi immagini di una qualche sua vita passata, frasi sospese in un contesto ignoto che gettavano uno spiraglio, ma nulla di più, sulla sua anima inquieta; rari accenni, sempre vaghi, che regalava a chi era gentile con lui.
“Il problema non è morire, ma come si vive,” mi disse, ma io non lo capii; come avrei potuto?
La verità è che non sapevamo un bel niente di Armand. Solo che era francese, questo era certo, e doveva avere sessantacinque, settant’anni al massimo, ben portati; camminava senza fretta ma spedito, bello diritto, coi folti capelli bianchi lasciati un po’ lunghi che ondeggiavano alla brezza portata dal mare. Veniva dal sud della Francia, probabilmente una località marina perché ne aveva fatto cenni. Certamente era fuggito da qualcosa; e forse quel qualcosa era ancora dentro di lui, glie lo si leggeva negli occhi tristi.
Aveva trovato una soffitta decentemente arredata alla periferia di Capalbio, dalla vedova Arcuri che del suo ospite sapeva né più né meno quello che sapevamo tutti, cioè poco o niente. Gli arrivava una qualche pensione dalla Francia, pagava regolarmente l’affitto, mangiava poco, vestiva modestamente, ma aveva sempre il viso sbarbato e gli abiti puliti; un vagabondo signorile che per qualche ragione aveva fatto tappa da noi e poi, vai a capire perché, qui si era fermato.
Era comparso in paese tre anni prima, col suo sorriso mesto e il suo composto bisogno di pace. Il paese è piccolo e la gente mormora, ma avendo alla fin fine davvero poco di cui mormorare avevamo tutti fatto prima ad accettarlo così com’era, come una parte, diciamo un po’ laterale, della comunità.
Ci invitò a cena dopo l’ormai usuale birra al Circolo, e la mia sorpresa fu così evidente che Armand si mise a ridere.
“Pourquoi pas? Sono qui a Capalbio da anni, ci siamo presi tante birre assieme, vieni, no? La signora Arcuri è andata a trovare la figlia a Firenze e starà via un paio di giorni; lei mi lascia usare la cucina e io faccio un ottimo baeckeoffe; conosci? È tipico alsaziano. Sai, mia madre era di Mulhouse…”
“Mah… non saprei, non vorremmo disturbare…”
“Facciamo così, Giulio: domani sera, tu e tua moglie. Non avete bambini, giusto?”
Mi venne da sorridere. “No, i nostri ‘bambini’ sono grandi e già sposati.”
“Bene, allora tu e tua moglie. Vi aspetto.”
Andò tutto benissimo; il baeckeoffe era piuttosto impegnativo e un po’ lontano dai miei gusti ma certamente buono. Armand aveva modi eleganti e in un certo senso raffinati di comportarsi, stava seduto a tavola in maniera composta, si rivolgeva affabilmente a noi, a turno, con studiata attenzione a non far sentire nessuno escluso. Poi la cena finì, sparecchiammo la tavola e ci sedemmo in salotto.
Dopo poche frasi generiche sui nostri figli, la bravura di Armand come cuoco e qualche altra banalità, sceso quel tipico momento di silenzio in cui non si sa più cosa dire, il francese sembrò riflettere qualche istante e a sorpresa disse: “bene, credo che ora vi debba ripagare della vostra cortesia.”
Lo guardammo senza comprendere, ricevendo in cambio uno dei suoi sorrisi tristi.
“So che in paese c’è curiosità su di me,” continuò, “ed è normale; io sono un forestiero, uno straniero… Cosa ci sono venuto a fare a Capalbio? N’est-ce pas? Allora ho deciso di raccontarvi la mia storia. Una storia in cambio di una bella serata con i miei amici italiani; è parecchio che sto a Capalbio e sono stati tutti molto gentili, sia chiaro, ma voi avete fatto di più, mi avete accettato come amico, siete venuti a mangiare un baeckeoffe, insomma… mi avete regalato una splendida serata. Non so se a voi sembri equo ma, capirete, non ho altro da offrire che una storia. Siete i primi che la sentono, sapete? E per me, vi assicuro, è molto.”
Sorrise, come divertito da un fugace pensiero; “mi verrebbe da iniziare con ‘C’era una volta…’”
C’era una volta un giovanotto col cuore spezzato da un amore infelice che si arruolò nella Légion étrangère. La Legione straniera, sì, un corpo d’élite molto selettivo e impegnativo. Con la Légion ho combattuto in Ruanda e Congo, e per qualche mese anche nei Balcani, dove mi ammalai e fui rimpatriato. Comunque non è di guerra che devo raccontare. Dopo la guarigione ero sergeant ad Aubagne, vicino Marsiglia, dove c’è il nostro comando generale. È lì che è successo tutto.
Ad Aubagne c’era un caporale-chef, un mio superiore. Era un serbo di nome Goran, grande, grosso e un sacré connard, compris? Un grande stronzo.
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Armand si passò le mani sul viso, come si fa quando ci si toglie una ragnatela. O un senso di oppressione.
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Insomma, Goran era diventato caporale-chef perché era uno stupido eroe. Affrontava i pericoli ridendo, correva in bocca alle mitragliatrici urlando, ce type, un vrai abruti, senza mai rimanere ferito. Non era affatto un eroe, secondo me, ma solo un esaltato. Ma quella sua spavalda incoscienza sapeva trascinare gli uomini, portarli all’obiettivo. Io credo che queste persone siano una sciagura, specie in campo militare, ma era ben visto dai superiori, fece carriera… Bah! Tornato ad Aubagne per un normale avvicendamento si vide subito che si sentiva fuori posto; poca adrenalina, pochi fari puntati su di lui. Era strafottente con tutti, arrogante, un pessimo comandante. Non andavamo per niente d’accordo, uno l’opposto dell’altro, ma naturalmente la disciplina militare ci faceva stare al nostro posto.
Bien, io ero a spasso a Marsiglia, un giorno, in un momento che non avevo turni in caserma. Stavo pensando ai fatti miei quando mi ritrovai in un quartiere che conoscevo poco e per puro caso vidi Goran che usciva, evidentemente ubriaco, da una casetta dall’altro lato della strada; Goran parlava malissimo il francese, ma le parolacce e le bestemmie le conosceva bene; un po’ biascicando e un po’ ringhiando lanciava terribili ingiurie a una donna che stava più all’interno, con la testa bassa. Goran non si accorse di me e barcollando si incamminò lungo la strada.
Sapete? Ci sono momenti inspiegabili nella nostra vita. Momenti in cui accadono cose, apparentemente piccole e banali, che producono conseguenze, e conseguenze di conseguenze, che poi diventano terribili. Terribili.
Ecco, quello, in quell’istante, fu il mio momento inspiegabile. Come attratto da un potente… comment dit-on ‘aimant’? Ah, sì, calamita; ero attirato verso quella donna come da una calamita perché sentivo, in qualche modo ‘sapevo’, quello che avrei visto; come nei sogni, mi capite? Vi dirigete verso qualcosa di oscuro, sapete che c’è qualcosa di oscuro, ma non potete che andare avanti. In pochi passi arrivai alla casa mentre la donna stava per chiudere la porta. E la vidi meglio: un occhio nero, lividi sulle braccia.
La donna si sorprese e spaventò, naturalmente, ma riuscii a tranquillizzarla subito; in generale faccio buona impressione agli sconosciuti, non so perché; non ho la faccia da duro, né l’espressione da malvagio. Le dissi che ero un commilitone di quella merda e le chiesi se potevo aiutarla ma lei, con gli occhi spalancati, mi supplicò di andarmene e di non dire niente a nessuno. Era spaventata da morire, povera donna. La convinsi a farmi entrare; la casa era modesta ma tenuta in discreto ordine. Lei mi fece accomodare in salotto e mi preparò un caffè, mentre le sue due figlie mi venivano a salutare: avevano dodici e quindici anni, piccoline, con gli occhi spenti dei bambini che avevo visto nei teatri di guerra in Africa e nei Balcani. Prendemmo il caffè, e poi la donna si sfogò. Aveva un bisogno disperato di parlare con qualcuno, di trovare un appoggio sul quale sollevare, un pochino, l’enorme peso che l’opprimeva, e io glie lo offrii e ne accettai le conseguenze. Conseguenze, appunto. La donna raccontò.
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Ho conosciuto Goran al Bistrot Marin, in Place Thiars, non so se lo conosce; facevo la cameriera. Ero vedova già da alcuni anni e tirare avanti, con due bambine, non era facile. Ma non devo cercare giustificazioni; ne ho conosciute di donne attratte da mascalzoni, e io sono evidentemente una di loro. Goran con la divisa della Légion, con quella fusciacca in vita… Lui veniva spesso al bistrot e sa, prima una battuta, un complimento… poi si ferma fino all’orario di chiusura e mi accompagna… Adesso mi sembra che tutto sia stato inevitabile; lo invitai a cena, stupida, ed è stato un errore irreparabile. Quella sera lui vide le bambine, e io vidi lui che le guardava, e come le guardava, e ho capito subito, in quel preciso momento, di essermi infilata in una trappola. Lui ha cominciato a venire sempre più spesso; non mi portava più bonbons, non diceva più cose carine, chiedeva con insistenza delle bambine, Camille e Giselle, si voleva fermare a cena, poi a dormire… Ho provato ad allontanare le piccole, mandandole da una mia zia; ho provato io stessa ad allontanarmi, sperando ci dimenticasse… Ho ottenuto solo di farlo arrabbiare; ci ha trovate subito… Ho cercato di dirgli di lasciarci stare e ho ottenuto in cambio il primo occhio nero. Poi una sera, ubriaco e con gli occhi da pazzo, mi ha stuprata di fronte alle mie figlie che piangevano, e poiché gli davano fastidio si è tolto la cinta e le ha frustate. Goran veniva, mangiava, picchiava, si ubriacava e se aveva voglia mi stuprava. Ma soprattutto minacciava. Credo sia un classico, no? Lui, bene o male, era qualcuno nella Légion mentre io… avevo dei precedenti per prostituzione. Mon Dieu, che vergogna! Ero tanto giovane, avevo fatto un sacco di sciocchezze… Goran aveva evidentemente indagato, per lui era stato facile, e mi diceva che sarebbe stata la parola di un graduato della Légion, distinto per il suo valore militare, contro quella di una puttana. Che sarei stata rovinata e le mie figlie affidate ai servizi sociali. Il bistrot mi ha licenziata perché Goran ha rivelato il mio passato, probabilmente esagerandolo, e quindi adesso siamo praticamente sue prigioniere; dipendiamo da lui, dalla sua carità, temendo continuamente i suoi appetiti, la sua ira, il suo ricatto.
E così eccomi qui. Oggi è andata bene; era così ubriaco che non ce l’ha fatta a scoparmi, così per la rabbia mi ha riempito di botte e se n’è andato. Ma tornerà domani, o dopodomani, e speriamo che si accontenti di me, perché ultimamente guarda le bambine in un modo che mi fa ben capire cosa gli passa in mente.
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Louise, si chiamava così, mi supplicò di lasciarla perdere, di non denunciare Goran, di non tornare più da lei. Io obbedii solo in parte. Rispettai la consegna del silenzio ma tornai più volte dalla donna; qualche volta le portavo dei fiori, a volte cioccolatini per le bambine, un vestitino… Io sentivo il bisogno di mostrarle il lato buono dell’umanità, non so… Sentivo questo bisogno e non trovavo il nome per definirlo; ora lo so, si chiama ipocrisia. Ero un ipocrita, un falso e un vigliacco perché qualunque cosa facessi non miglioravo in alcun modo la sua situazione. Mi affezionai a Louise e forse un poco me ne innamorai, e questo complicò ancora di più la faccenda.
Ero preda di sentimenti contrastanti: odio profondo per Goran e disprezzo per i nostri superiori che tolleravano elementi di quel genere; profonda compassione per Louise e le due povere bambine; voglia di fare qualcosa ma timore di complicare ancor più la loro vita. Affrontare Goran? E dirgli cosa, e fargli cosa? Accarezzai perfino l’idea di ucciderlo, e passavo le giornate ad architettare complicati piani che sembravano eccezionali fino a sera, e si dissolvevano alle luci dell’alba successiva. Ho detto le parole giuste: ‘passavo le giornate’: le passavo a pensare, meditare, architettare, mentre Goran continuava a fare i suoi comodi; le passavo a fare niente, inerte, inutile. Trascorse una settimana, poi due, poi un mese, poi due. Io, in balìa di un’indeterminazione che non avevo mai sperimentato, semplicemente non feci nulla. Credetemi, sui campi di battaglia ne ho viste di tutti i colori, ho affrontato la morte decine di volte e nessuno mi ha mai considerato un codardo. Eppure ero tale in questa situazione, codardo in una forma per me nuova, che è la codardia di fronte alla responsabilità. Da quando conoscevo quella maledetta storia ero diventato mio malgrado complice di Goran e, come lui, persecutore di Louise e delle piccole Giselle e Camille. Certo io non le abusavo, non le picchiavo, non respiravo sui loro visi il mio fetido alito alcolico, ma mentre mi arrovellavo in caserma, mentre dormivo sulla mia branda o mentre passeggiavo per le strade di Aubagne o Marsiglia, proprio in quei momenti, Goran torturava le sue vittime, e io ero silente, incapace di reagire, di prendere un’iniziativa.
La cosa andò avanti per mesi finché accadde quello che era facile immaginare.
La donna e le due piccole furono trovate da una vicina di casa ammazzate di botte; erano mezze nude, piene di lividi e ferite, ovviamente stuprate. Morte così, nel dolore e nella paura ma, specialmente, nell’abbandono e nella solitudine. Goran il colpevole materiale, sì, ma quanto sono stato colpevole io?
Goran se la cavò. La vicina parlò di uomini, al plurale, che l’andavano a trovare, senza fornire nessuna descrizione particolare; capite? uomini: Goran e il sottoscritto; così anch’io ho contribuito ad avvalorare l’etichetta infame di prostituta per Louise, che alla luce dei precedenti fece presto chiudere il caso; a chi importa la morte di una puttana? Pochi giorni dopo incontrai Goran in mensa; i nostri sguardi si incrociarono e lui accennò un sorriso beffardo. Lui sapeva!
Se per caso ho mai avuto un’anima, morì in quel momento. Il giorno dopo inoltrai domanda di congedo anticipato e due settimane dopo facevo la guardia giurata in un magazzino di Lione, giusto i pochi anni che mi mancavano per la pensione. Anni opachi, ovattati; lavoravo come un automa, non mi sono fatto amici, quasi non vivevo. Arrivata la pensione capii che non sopportavo più di restare in Francia e, dopo qualche puntata qua e là, sono capitato a Capalbio. Paese piccolo, tranquillo, la Costa Selvaggia è meravigliosa e spoglia, l’ideale per le mie passeggiate. Non ho ambizioni, non ho desideri, non ho scopi; solo il martellare incessante di un senso di colpa gigantesco, che si pone sopra di me come un’anticipata pietra tombale, quella della mia vergogna. Conseguenze di conseguenze.
E questo è tutto.
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Il racconto era terminato; io e mia moglie respiravamo appena.
La serata era conclusa, ovviamente; ringraziammo, lo abbracciammo con autentico affetto e tornammo a casa: frastornati, allibiti, amareggiati.
Nelle settimane seguenti, cercando di mostrare empatia con Armand e farlo sentire meno solo, lo invitammo a cena; poi lui ci invitò nuovamente e ci fece mangiare un terribile choucroute che, ovviamente, affermammo all’unisono di apprezzare; ma era abbastanza chiaro che qualcosa era cambiato in lui. Parlava meno, quando eravamo assieme appariva distratto, lontano.
Stava passando l’inverno e Armand era chiaramente sempre più inquieto. La rituale birra al Circolo veniva sorbita in fretta dal francese, svogliatamente, lo sguardo assente.
“C’è qualcosa che non va?” ebbi il coraggio di chiedergli una sera; “Mon cher ami, cosa vuoi che ti dica? Il raccontare trasforma i ricordi che cerchiamo di seppellire.”
“Cosa vuoi dire? Sai che con me ti puoi confidare.”
“Mais oui, lo so, caro amico: il fatto è che le conseguenze dei nostri atti arrivano, si compiono, si materializzano, che a noi piaccia oppure no.”
Bevve d’un fiato quello che rimaneva nel bicchiere, poi proseguì.
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Tu sais? La prima sera che siete venuti, la ricordi vero? Ti ho raccontato la mia patetica storia. Qual è la morale di questa storia se non che siamo perseguitati dalle nostre azioni? Sai perché Napoléon fuggì dall’Isola d’Elba ficcandosi in un’avventura impossibile, durata appena cento giorni, che era chiaramente destinata a fallire? Perché era perseguitato dal suo destino eroico e vincente, un guerriero capace di affrontare ogni sfida. Bon, non tutte… In Russia doveva capire che la sua epoca di condottiero era finita. En bref, lui era Il Guerriero, compris? Cosa volete che facesse sull’Elba, quel leone in gabbia?
Io sono all’altro capo della scala, dove dimorano i perdenti, i miserabili, quelli, come nel mio caso, destinati a una vita all’ombra della colpa, ripetendosi continuamente ‘cosa sarebbe successo se fossi intervenuto, cosa se avessi affrontato Goran? Cosa, cosa?’
Sai Giulio, non avrei dovuto raccontarti la mia storia. Ma raccontandola l’ho fatta come… materializzare, ecco. Ho capito una cosa importante: le storie non hanno alcuna rilevanza di per sé, ma diventano vive quando sono raccontate. La storia raccontata è capace di cambiare il mondo; se non viene raccontata non esiste. Senza Dumas i mousquetaires sarebbero rimasti un pittoresco corpo militare del passato, di mediocre interesse per qualche storico di provincia; senza Flaubert Madame Bovary sarebbe stata una disgraziata qualunque, una delle tante donne infedeli che popolano il mondo, e non l’eroina che abbiamo imparato ad ammirare. N’est-ce pas? Ecco: la mia storia era solo una triste parentesi nella mia poco interessante vita; un prurito perenne che non riuscivo a grattare, un’ombra fastidiosa che offuscava le mie giornate ma… comment dire? La potevo anche gestire. Ma avervela raccontata, quella sera a cena, l’ha fatta diventare una cosa diversa, viva, in un qualche modo autonoma. Ora è uno spettro che mi accompagna in ogni istante, anche in questo momento; la povera Louise e le bambine morte in quel modo, quel bastardo di Goran, non sono più nella mia testa, tenuti malamente a bada dal train train quotidiano. Dal momento che ho rievocato la storia con voi sono diventati fantasmi che corrono al mio fianco e mi fanno rivivere quell’incubo tutti i giorni, ogni ora. Fantasmi che mi perseguitano, che mi rendono terribile la mia vergogna, insopportabile la mia viltà.
Sai Giulio? Il problema non è morire, ma come si vive. E io non so più come vivere, non trovo più il modo.
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Non mi volle dire altro. Mi diede un’occhiata triste e se ne andò. Non passò più dal Circolo. Mi capitò di incrociarlo un paio di volte, lui con le mani in tasca e la testa incassata nelle spalle, fin quando non lo trovarono impiccato nel suo sottotetto. Aveva lasciato un breve biglietto alla signora Arcuri scusandosi per il disagio che le stava creando.
L’indagine fu breve; fui sentito anch’io dai Carabinieri e raccontai per sommi capi quello che sapevo.
Ormai sono passati diversi mesi e Armand mi manca. Bevo la birra al Circolo e penso a lui e al suo destino malinconico e tragico.
Non, je ne regrette rien cantata da Édith Piaf
Testi già pubblicati nella sezione Il labirinto (solo racconti di Claudio Bezzi):
Luminosi i mattini erano un tempo, 22 dicembre 2025;
Genesi 3.5, 4 gennaio 2026;
Il campo dei nudisti, 14 gennaio 2026;
L’ora blu, 28 gennaio 2026;
Le bugie hanno le gambe corte, 7 febbraio 2026;
Avviso ai gentili clienti, 20 febbraio 2026.


